Sentenza post mortem per esposti all’amianto
di Giuseppe Armenise

Vite rovinate da una malattia professionale con tasso di invalidità il cui riconoscimento, però, arriva dopo anni e solo per via giudiziaria, in alcuni casi addirittura dopo la morte del lavoratore. Accade in Italia, accade per colpa dell’amianto. Al momento si registrano sei i casi, verosimilmente solo i primi sei di una lunga serie, tutti sciolti dal giudice del lavoro dei tribunale di Bari, Daniele Colucci, che ha condannato l’Inail a riconoscere in alcuni casi, a rivedere al rialzo in altri, la rendita per malattie da lavoro ad altrettanti marittimi (cinque di Monopoli e uno di Mola) imbarcati per anni su navi mercantili o su petroliere. Amianto a piene mani soprattutto nei vani caldaia e motore. Amianto in corde, prevalentemente, attorcigliate intorno alle condutture bollenti per svolgere la loro funzione di impareggiabili isolanti.

Le sentenze baresi sono state emanate a beneficio rispettivamente di due ex marittimi che, dopo aver invano tentato di farsi riconoscere i diritti delle leggi sull’esposizione all’amianto, si sono ammalati di asbestosi, di altri due che invece hanno contratto tumori polmonari con annesse placche pleuriche (chiaro sintomo quando si tratta di patologie provocate dalle sottilissime fibre di amianto) e infine dei due più sfortunati, che hanno contratto egualmente patologie cancerogene a livello polmonare e a causa di queste sono morti. In quest’ultima caso, le rendite dovute sono state riconosciute alle consorti.

Le sentenze sono importanti non soltanto perché coronano la battaglia di persone che si sono dovute scontrare anche per decenni contro il muro eretto da quelle istituzioni intenzionate a disconoscere il loro diritto a vedersi risarciti, ma anche perché segnano l’avvento di una nuova, tristissima stagione. Per molti, soprattutto nel settore marinaro, la vicinanza con l’amianto è stata una sorta di tabù. Non se ne poteva parlare e quando se ne parlava si veniva tacciati di dire il falso. Ancora recentemente, nonostante l’amianto sia stato messo al bando anche in Italia nel 1992, continuavano a solcare i mari motovedette o altre navi militari, retaggio del piano Marshall quando, nel secondo dopoguerra, gli scafi intrisi di materiale pericoloso per la salute ci furono donati dagli statunitensi ed entrano a far parte della nostra flotta.

I lavoratori esposti sulle navi sono stati trattati, per certi versi, come malati di serie B. Gli armatori non sono mai stati tenuti, come invece gli imprenditori di altri settori, a versare all’Inail il premio per l’esposizione dei lavoratori a materiali contenenti amianto. Il risultato è che, per gli organismi previdenziali e per gli enti assicurativi contro gli infortuni sul lavoro, di fatto i lavoratori imbarcati hanno cominciato ad esistere solo dopo decenni dal momento in cui hanno preso coscienza dei rischi che correvano. Che fossero lavoratori a rischio ci si è accorti solo quando si sono ammalati e ammalati in maniera grave e comunque solo grazie all’intervento di un giudice. Nessuno ha potuto ottenere, in via cautelativa, di essere destinato ad altra mansione, così come accaduto per altre categorie professionali, lontana dalla fonte di contaminazione.

A rappresentare i lavoratori e le loro famiglie, l’avvocato Pierpaolo Petruzzelli, riferimento in Italia per una serie di procedimenti risarcitori avviati (e vinti) da altri marinai imbarcati proprio su quelle navi «donate» dagli Usa all’Italia dopo la seconda guerra mondiale. Petruzzelli è referente in Italia dell’Asbestos personal injury network che il 16 novembre, a Napoli, terrà un incontro sugli aspetti medico-legali nel rapporto tra giustizia e salute in caso di malattie provocate dall’esposizione all’amianto.

Fonte:
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/notizia.php?IDNotizia=567686&IDCategoria=1